La XIV stazione rappresenta, Gesù posto nel sepolcro. Non appartiene allo stesso ciclo del santuari e venne eseguita dopo cent’anni, nel 1869, dallo scultore Giovanni Selleroni.
Ne fu ideatore e promotore il parroco don Angelo Mora da Gavardo, che volle lasciare il ricordo della sua persona e dell’opera compiuta nell’effige che si trova all’interno della cappella:”nel luglio1869 fu incominciata l’opera di restauro di questo santuario e si progredì nelle nuove opere di aggiunta”. Queste sono: il sepolcro del Selleroni e gli affreschi della cappella stessa, cioè il pianto degli angeli sulla volta della cupola; l’inferno e il limbo sulle pareti laterali; opere eseguite dal pittore Giuliano Volpi di Lovere assistito dallo zio Zaccaria Andreotti pure di Lovere.
La nuova stazione ebbe l’approvazione della commissione d’arte diocesana, il cui delegato Monsignor Stefano Fenaroli venne a vedere e benedisse. Costò l’intera opera la bella cifra per quei tempi di L. 2200.
Architetto e muratore della edicola del sepolcro fu Francesco Pellini, che l’aveva terminata il 17 dicembre 1870.
Viene a questo punto spontanea una domanda: Perché non è stata fatta al XIV stazione da parte dei fratelli Fantoni che avevano collaborato già con il Simoni e lavorato sul posto anche dopo di lui? Il Simoni, forse mettendo insieme quanto aveva preparato per fare da solo le stazioni VIII e IX, aveva composto un sepolcro, che invece di vendere alla parrocchia di Cerveno, che l’aveva licenziato, cedette alla parrocchia di Breno che lo collocò in un primo tempo presso la chiesa di S. Maurizio, ma che poi trasferì nel 1976 in Duomo, collocandolo davanti all’altare della flagellazione.
Sull’argomento interviene con una parola precisa e documentata Mons. Rota nella sua opera sulla Bottega Fantoni. Dopo aver accennato alle opere del Canevali e di don Sina, per i quali scrive testualmente che “le loro pubblicazioni ultime non risalgono alle fonti per sceverare la verità delle cose… non rispondono all’esattezza storica” Mons. Rota continua: “l’archivio Fantoniano conserva alcune corrispondenze destinate a pronunciare l’ultima parola sulla Via Crucis di Cerveno”. Riporta la lettera da noi trascritta di Don Bressanelli che secondo l’autore conferma che non si fece il sepolcro da parte del Fantoni.
Monsignor Rota nella parte del suo lavoro dedicata a “modelli e terracotte” scrive: “esistono alcuni plastici dei gruppi statuarii dei sepolcri di Rovetta…Zone e Cerveno. Per quest’ultima località possediamo un epistolario d’archivio dal quale risultano solamente due le stazioni della Via Crucis, eseguite dalla bottega Fantoniana dopo la morte di Andrea.
Da quanto si può comprendere dagli scritti, fu Andrea stesso che dopo aver preparato delle prime linee della Via Crucis, sbozzando alcuni personaggi in terracotta, abbandonò il progetto divenuto inattuabile per la ristrettezza del posto da assegnarsi ai singoli gruppi statuarii e anche la poca disponibilità finanziaria di quella parrocchia. Il progetto di prendere un ambiente solo, quasi a forma di imbuto, dividendo in tante celle di planimetria limitata per collocarvi poche statue d’ogni stazione non rispondeva all’idea concepita da Andrea di illustrare la Via Crucis come fosse un libro aperto con opere nelle quali la scultura, la plastica e la pittura si completassero a vicenda. Secondo l’artista bisognava, con statue colorate, offrire l’illusione della scena vivente del sublime dramma del cristianesimo; egli voleva dare ai suoi capolavori l’unità armonica.
Non trovando appoggio al suo progetto grandioso rifiutò sdegnosamente l’offerta del lavoro. Solo trent’anni dopo la morte, vennero riprese le trattative per Cerveno, come risulta dalle note di archivio. Gli eredi del grande scultore ebbero l’ordine di completare le stazioni di Cerveno, eseguite sembra da Beniamino Simoni di Saviore con fattura di due gruppi statuarii ancora mancanti. Il compito fu facile perché esistevano già i cartoni in parte designati ed alcune terrecotte preparate dallo zio Andrea. Risultarono così statue plasticate con arte squisita e con linea severa in modo che in ogni parte della scena noi possiamo avere l’espressione dei sentimenti, dai quali sono animate le singole figure: impassibilità dei cavalieri, dolore straziante delle pie donne, atteggiamento di commiserazione degli spettatori.
Rinchiuse in luoghi troppo angusti le due stazioni fantoniane di Cerveno non offrono la visione dei magnifici gruppi plastici delle cappelle del Sacro Monte di Varallo Sesia, dovute a Giovanni d’Enrico, al Tabacchetti, a Gaudenzio Ferrari”. Molte altre opinioni sono state espresse sulla XIV stazione e suggerite ipotesi.
Il parroco Bressanelli non accenna alla XIV stazione come pure il libro B della fabbrica del Santuario. Forse di questo silenzio si ha motivo di credere ragione il fatto che il parroco Bressanelli aveva intenzione di collocare sull’altare in cima al Santuario l’urna del Cristo deposto di Andrea Fantoni, come farà dopo eseguita la costruzione della cappella centrale, costruzione che incontrò notevoli difficoltà al suo compimento.
Il capo mastro Tommaso Spinedi da Bancate di Lugano iniziò l’opera nel maggio 1766 e la terminò nell’agosto dello stesso anno; ma solo del 1771 si fecero gli involti di sostegno di detta cappella. Si proseguirono i lavori nel 1775 fino al 18 agosto 1783 perché “si è dovuto pagare tutto in contanti, non avendo fatto neppure una giornata di carità”. L’abbellimento fu fatto da pittore Battista Soardi di Breno che marmorizzò l’altare e l’urna del Sepolcro. Il 12 ottobre 1783 fu cantata la prima messa in detta cappella dall’arciprete di Cividate don Giovanni Battista Guadagnini, il quale su delega del parroco fece la benedizione solenne del Santuario e pronunciò un esemplare omelia.
Nel 1869, come già scritto, don Angelo Mora provvide al restauro di tutto il Santuario ed in quell’occasione si compì anche la XIV stazione ad opera del Selleroni.
L’11 settembre 1874 il Vescovo Monsignor Girolamo Verzeri venne a Cerveno in occasione della celebrazione della festa dell’Addolorata e benedisse la stazione del Selleroni e tutto il Santuario.
Scriveva nell’occasione don Mora: “sembrava un giorno di paradiso per l’entusiasmo di fede del popolo di Cerveno che aveva assediato i confessionali per accostarsi ai Santi Sacramenti più che a Pasqua”.
Un ultimo sguardo al Santuario, dall’esterno. Sulla facciata in alto, la scena del sacrificio di Abramo sul monte Moria; accanto al portone d’ingresso due opere di Oscar di Prata compiute nel 1955: la Madonna appare ad Adamo ed Eva per adempiere la promessa della riparazione del loro peccato tramite la morte di Cristo in Croce.